Per vent’anni il traffico web si è diviso in due categorie: persone e bot. Tutta la nostra strategia, dalla SEO tecnica all’analisi dei dati, si è costruita su questa divisione. Oggi c’è un terzo attore che naviga le nostre pagine e prende decisioni al posto degli utenti: gli agenti AI.
Un agente AI opera in modo diverso da un crawler e da un utente umano, perché agisce per conto di una persona reale, ma con un obiettivo preciso: confrontare prezzi o compilare un modulo di prenotazione. Per chi fa SEO, la domanda si è quindi ampliata: non basta più posizionarsi su Google, ma serve farsi comprendere da un agente che sta scegliendo per il nostro potenziale cliente.
Alla domanda come ottimizzare il tuo sito per la terza entità del web? si potrebbe rispondere: basta fare un sito web fatto bene. L’articolo finirebbe qui, ma sarebbe poco divertente.
Come un agente AI “vede” il tuo sito
Una guida pubblicata su web.dev descrive tre modalità con cui un agente AI interagisce con una pagina.
- La prima è lo screenshot della pagina renderizzata.
L’agente acquisisce la versione finale della pagina, con CSS e JavaScript già eseguiti, e la analizza attraverso un modello di visione artificiale. Identifica pulsanti e link in base alla loro posizione e al loro aspetto visivo. Un pulsante rosso grande con scritto Elimina, dice l’articolo, verrà trattato con cautela diversa rispetto a un piccolo link testuale. L’agente è quindi in grado di interpretare il contesto visivo per decidere come procedere. - La seconda è l’analisi dell’HTML grezzo.
L’agente legge direttamente il DOM senza passare dalla rappresentazione visiva. Naviga la struttura del codice per capire la gerarchia dei contenuti e le azioni disponibili. Se il markup è un groviglio di div annidati senza logica semantica, per l’agente equivale a entrare in un edificio senza segnaletica. Quindi, strutturiamo il nostro codice in modo tale che il bot non si perda nel labirinto dell’HTML. - La terza è l’albero dell’accessibilità.
È una rappresentazione strutturata che il browser genera per le tecnologie assistive. Per un agente AI funziona come una mappa che ignora tutto il rumore visivo e restituisce solo la struttura funzionale: il ruolo di ogni elemento e le relazioni tra le diverse sezioni della pagina. È sostanzialmente una radiografia del sito. Ricordiamo che un sito web accessibile non significa solo accessibile a persone con disabilità, ma per tutti gli utenti.
Queste tre modalità devono essere usate in combinazione. Un agente potrebbe applicarle tutte in sequenza, il che significa che il sito deve funzionare bene su ogni livello.
Cosa fare concretamente?
Dalla guida di Google e dalle discussioni nella community emergono raccomandazioni pratiche che chi lavora nella SEO tecnica riconoscerà: si tratta di principi che avremmo dovuto applicare da tempo.
Layout stabile
Se un agente acquisisce uno screenshot e mezzo secondo dopo il layout si sposta perché un banner si è caricato in ritardo, l’analisi visiva produce risultati inaffidabili. Il Cumulative Layout Shift, che già penalizza i Core Web Vitals, diventa un problema che incide su due fronti contemporaneamente.
HTML semantico
Preferire <button> a <div onclick="...">, usare <a href="..."> per i link invece di <span> con un event listener, strutturare i contenuti con heading che riflettano una gerarchia reale.
Un agente che legge il DOM riconosce subito un <button>. Un <div> invece con una classe CSS .btn-primary richiede inferenza e cioè è da evitare.
Attributi ARIA come fallback
Quando riscrivere il markup non è possibile per vincoli di tempo o di budget, aggiungere role="button" e tabindex="0" a un elemento interattivo non semantico è il minimo per comunicare all’agente la funzione di quell’elemento.
Dimensione minima degli elementi interattivi
La guida di Google indica 8 pixel quadrati come soglia sotto la quale un elemento rischia di essere ignorato nell’analisi visiva. Ciò significa che se un pulsante è troppo piccolo per essere identificato da un modello di visione, per l’agente non esiste.
Azioni visibili e raggiungibili
Pattern come slideshow, modal, tooltip e menu in hover creano due tipi di problema per gli agenti AI, distinti tra loro.
- Un agente che opera via screenshot vede solo lo stato corrente della pagina: le slide successive o un modal non ancora aperto risultano invisibili.
- Un agente che legge il DOM, invece, può accedere a quei contenuti nel markup (di solito sono presenti anche se nascosti via CSS), ma potrebbe non sapere quale sequenza di interazioni serve per attivarli.
In entrambi i casi, il contenuto che richiede un’azione specifica per essere raggiunto rappresenta un rischio. La scelta più sicura è rendere ogni informazione rilevante disponibile in modo esplicito al primo caricamento della pagina.
Esplorare il sito o ricevere istruzioni: il ruolo dei protocolli
La differenza tra un agente che deve capire tutto da solo e uno che riceve informazioni strutturate in partenza è enorme.
Nello scenario base, l’agente arriva sulla pagina, fa lo screenshot, analizza l’HTML, prova a interpretare ogni elemento. Pensiamo a un modulo di contatto complesso: l’agente deve identificare i campi, capire quali sono obbligatori, intuire il formato atteso per il numero di telefono, trovare il pulsante di invio. Fattibile, ma inefficiente.
Nello scenario evoluto, un protocollo fornisce all’agente tutte queste informazioni in modo strutturato, prima ancora che debba guardare la pagina. MCP (Model Context Protocol) è uno degli standard emergenti in questa direzione: un linguaggio condiviso tra il sito e l’agente che elimina la necessità di imparare l’interfaccia per tentativi.
Nel breve termine, ottimizzare il sito perché sia leggibile e navigabile senza protocolli resta la priorità, dato che la maggior parte degli agenti oggi opera in modalità esplorazione. Nel medio termine, adottare protocolli strutturati diventerà un vantaggio competitivo concreto per i siti con funzionalità transazionali come e-commerce e sistemi di prenotazione.
Due strumenti per partire
Cloudflare ha pubblicato un tool gratuito che verifica quanto il vostro sito è pronto per gli agenti AI. Il report somiglia a quello di Lighthouse, con punteggi e raccomandazioni organizzate per area. Al netto della spinta verso i servizi Cloudflare, la parte diagnostica è solida.
La guida di Google linka a strumenti per l’audit dell’albero dell’accessibilità. Visto che l’accessibilità è uno dei canali di lettura degli agenti, un audit di accessibilità vi copre su due fronti con lo stesso lavoro.
Lavoro che non va sprecato
La guida di Google chiude con un’osservazione che merita attenzione: tutto ciò che rende un sito migliore per gli agenti AI lo rende migliore anche per gli utenti.
Sostanzialmente, ciò che abbiamo detto ad inizio articolo.
HTML semantico e layout stabili, accessibilità curata e interfacce chiare sono le basi di un sito costruito bene, che avremmo dovuto realizzare così fin dall’inizio. Ora abbiamo una ragione in più per affrontarle sul serio.
